ZONA CRITICA

Ti sei innamorato di un film al Torino Film Festival e vuoi dichiarare il tuo amore pubblicamente?
Hai sinceramente odiato un film del Torino Film Festival e vuoi condividere il tuo dolore?
Mandaci le tue recensioni. Pubblichiamo quelle che parlano al cuore, alla mente e agli occhi.

Movies at Torino Film Festival, you either hate them or love them. In any case, put a few words together and send it to us, we'll publish them!



martedì 7 dicembre 2010

HEREAFTER di Clint Eastwood, USA 2010

Una volta a Londra mentre seguivo un corso di sceneggiatura ci dissero che chi mandava entro un mese un buon trattamento di sceneggiatura poteva vincere un pranzo insieme a Peter Morgan. Un pranzo insieme a Peter Morgan, la grandezza di così tanto pasto ci faceva tremare tutti sulle sedie. Ora che ho visto HEREAFTER, diretto da Clint Eastwood da una sceneggiatura di Peter Morgan non so se mi sono poi persa il pranzo della mia vita. Intendiamoci, Nonno Clint non delude mai. Eastwood, come tutti i grandi registi americani è anzitutto un gran bambino, perciò entrino pure i maestosi effetti speciali per ricostruire l’ingresso di uno tsunami su una spiaggia tailandese, ben vengano le ricostruzioni luminescenti dell’aldilà e soprattutto un buon cast di attori in cui i due Frank e George MacLaren che intepretano Jason e Marcus tengono testa a un bolso Matt Damon, medium suo malgrado e imbranato con le donne, e Cecile de France, brillante giornalista francese che sperimenta la morte, resuscita e perde lavoro, amante e successo per scrivere un libro sull’au-delà. Matt Damon la sera si addormenta ascoltando le parole di Charles
Dickens recitate da Derek Jacobi, ma ogni volta che tocca qualcuno riceve come una scossa a diecimila volt e poi una visione. I due gemelli sono figli di una tossica ma proprio il giorno in cui lei decide di smettere Jason muore investito da un furgone. Arrivano i servizi sociali, perché nei film a Londra arrivano sempre i servizi sociali e si prendono Markus mentre la madre va in rehab. Il fratellino fatica ad accettare la morte del fratello maggiore (di dodici minuti) e cerca un medium. Poi, senza che succeda veramente molto, si ritrovano tutti alla Fiera del Libro di Londra, (really exciting, Sir Morgan), e Jason riesce a parlare con il suo fratellino Markus attraverso Matt che poi finalmente bacia una donna dopo una vita di astinenza. Il miglior momento del film è stato quando, uscendo dalla sala, ho sentito i gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio, intelligenti documentaristi, litigare su chi dei due fosse Markus e chi Jason. Perchè quello che succede di qua è molto più importante di quello che succede di là.

domenica 5 dicembre 2010

WINTER'S BONE di Debra Granik, USA, 2010


Il freddo mi fa rabbia. Le ingiustizie ancora di più. WINTER’S BONE di Debra Granik, dal romanzo di Daniel Woodrell, è un film sul freddo e sull’ingiustizia. Per questo ho ancora un groppo in gola e non sono riuscita a piangere nonostante ne avessi una gran voglia. Ree ha diciassette anni e cresce i suoi fratellini di 6 e 12 anni mentre la mamma è demente e il padre è sparito. Il film si apre con una lullaby del Missouri, una piccola ninna-nanna, dolce e triste. Lo sceriffo arriva un giorno e dice a Ree che se non trova il padre perdono la casa che il padre, produttore e spacciatore di cocaina, ha impegnato per la cauzione. Ree chiede aiuto agli amici, poi chiede notizie allo zio, poi piano piano allarga le indagini al giro più ampio di individui che formano il suo clan di sangue. Riceve insulti, intimidazioni, poi botte, sputa via un dente, conosce il dolore della violenza, conosce l’impronta reale della violenza che lei finora recitava con quel marcato accento da "white trash". Clarissa Pinkola Estes, in “Donne che corrono con i lupi” racconta molte favole in cui l’eroina deve sopportare dolore e perdita e allo stesso tempo commettere gesti di inaudita crudeltà per superare le prove. Ree scuoia scoiattoli e lo insegna ai fratellini, spara e arriva solo alla fine, con un macabro rito di liberazione, a conoscere i limiti della sua coriacea indifferenza alla violenza. Nonostante la storia racconti una fetta molto “bianca” d’America, si respira un’atmosfera da Nativi d’America, si agisce in clan, si applica un codice di comportamento che replica l’omertà e il senso d’onore della tribù. Molti riferimenti all’America che si arruola nell’esercito, ai fucili, lottare per la propria casa è concesso ad ogni costo, la Homeland è oscena, ma comunque meglio di niente. Un film di lotta vera.


Di Sarah V. Barberis

venerdì 3 dicembre 2010

SUPER, James Gunn, USA 2010

Frank D’Arbo è il più sfigato degli sfigati: dopo una vita di umiliazioni l’unica gioia, sua moglie Sarah, gli viene soffiata da uno spacciatore. Ma Dio sente i suoi pianti e lamenti, gli apre il cranio e gli tocca il cervello con la punta delle dita. Dal giorno dopo comincia la sua missione per conto di Dio e diventa un super eroe, Crimson Bolt (la Saetta Cremisi! Questa traduzione mi piace) che sfonda i crani dei criminali con una chiave inglese. Gli obiettivi di Crimson Bolt derivano dalla sua semplice morale cristiana: non si spaccia, non si violenta, non si molestano i fanciulli e soprattutto non si salta la fottuta fila alla cassa.
Al seguito anche l’aiutante Boltie, che si eccita
c
ome una matta quando gambizza criminali (presunti o no) investendoli con l’auto, oppure uccidendoli a graffi con i guanti in stile wolverine. Insomma, l’America e i suoi eroi self-made, un’estetica che viaggia tra super comics, i ritratti sfigati di Todd Solondz, e le vecchie serie televisive di Batman con tanto di KAPOW!, SPLATT!, BAM BAM!, che decorano le scene di violenza esilaranti e iconiche. Bene e male non esistono, c’è solo il delirio dell’individuo e i racconti che ciascuno di noi ha assorbito, esistono le tutine, i fumetti e il sangue. La redenzione per Frank non arriva attraverso l’ascesa da sfigato a uomo cool, piuttosto attraverso l’accettazione della propria inettitudine e l’acquisto di un coniglio domestico che riempia il vuoto d’amore. Impagabile la scena in cui Boltie, intepretata dalla maschiaccia Ellen Page, in preda a una trance erotica, stupra Frank/Crimson Boltie costringendolo a indossare la maschera purpurea.

Siamo usciti tutti canticchiando la colonna sonora e il regista prima della proiezione ci ha detto "God Bless you all" e poi mi ha anche firmato un autografo.