Il freddo mi fa rabbia. Le ingiustizie ancora di più. WINTER’S BONE di Debra Granik, dal romanzo di Daniel Woodrell, è un film sul freddo e sull’ingiustizia. Per questo ho ancora un groppo in gola e non sono riuscita a piangere nonostante ne avessi una gran voglia. Ree ha diciassette anni e cresce i suoi fratellini di 6 e 12 anni mentre la mamma è demente e il padre è sparito. Il film si apre con una lullaby del Missouri, una piccola ninna-nanna, dolce e triste. Lo sceriffo arriva un giorno e dice a Ree che se non trova il padre perdono la casa che il padre, produttore e spacciatore di cocaina, ha impegnato per la cauzione. Ree chiede aiuto agli amici, poi chiede notizie allo zio, poi piano piano allarga le indagini al giro più ampio di individui che formano il suo clan di sangue. Riceve insulti, intimidazioni, poi botte, sputa via un dente, conosce il dolore della violenza, conosce l’impronta reale della violenza che lei finora recitava con quel marcato accento da "white trash". Clarissa Pinkola Estes, in “Donne che corrono con i lupi” racconta molte favole in cui l’eroina deve sopportare dolore e perdita e allo stesso tempo commettere gesti di inaudita crudeltà per superare le prove. Ree scuoia scoiattoli e lo insegna ai fratellini, spara e arriva solo alla fine, con un macabro rito di liberazione, a conoscere i limiti della sua coriacea indifferenza alla violenza. Nonostante la storia racconti una fetta molto “bianca” d’America, si respira un’atmosfera da Nativi d’America, si agisce in clan, si applica un codice di comportamento che replica l’omertà e il senso d’onore della tribù. Molti riferimenti all’America che si arruola nell’esercito, ai fucili, lottare per la propria casa è concesso ad ogni costo, la Homeland è oscena, ma comunque meglio di niente. Un film di lotta vera.
Di Sarah V. Barberis