
ENGLISH VERSION
The films Zamri, Umri, Voskresni! (Freeze Die Come to life) and Samostoyatelnaya Zhizn (An independent life), by director Vitalij Kanevskij are two masterpieces on the innocence and dignity of childhood. Kanevskij draws from the memories of his childhood and puts them on screen with such strength and vitality that it is impossible to get a political perspective of the film. The director set up an Amarcord-like operation, although the Tundra is no Rimini and the “Gradisca” is an underweight nymphomaniac. The physical, emotional and intellectual misery of the Soviet post-war are told with explicity brutality, but Kanevskij also glorifies the energy and light-heartedness of that period, that “we had more important stuff to think about than being depressed”.
Valerka is 12 years old in the first movie and slightly older in the second one. He has a cunning face and he gets by as he can.
Life has dealt him some really lousy cards: a mother who falls in love very easily, a little pig who sleeps in his bed, a country in which misery is a must and the sweet but tough Galja, who shows her affection for him with loud slaps that makes him triple every time. The whole movie is a symphony of smacks, the violence of the bodies is uninhibited and liberating.
As in Truffaut’s 400 Blows, Valerka looks for freedom, emancipation and happiness in every place, but he fails. In the end, he jumps in the viscous waters of a lake, which much resemble amniotic liquid.
We grow up, waiting for the next trauma. Masa, the piggy, is slaughtered in the second film. A lot of bad things happen to animals in both movies actually. People steal, run away, love, leave. Hallucinations and death have the same visual qualities of Valerka’s real life. And even the worst of childhoods is the place you want to go back when life's pressure is too much to bear.
ITALIAN VERSIONI due film di Vitalij Kanevskij – Zamri, Umri, Voskresni! (Sta’ fermo, muori, resuscita, 1989) e Samostoyatelnaya Zhizn (Una Vita Indipendente, 1990) sono due capolavori sull’innocenza e sulla dignità dell’infanzia. Kanevskij riprende i ricordi della propria infanzia e li mette in scena con una forza e una vitalità che impediscono una prospettiva politica del film. Il regista “am-arcorda” anche se la Tundra non è Rimini e la Gradisca è una ninfomane sottopeso. Oltre a raccontare con esplicita brutalità, la miseria fisica, emotiva e spirituale del dopoguerra sovietico ne glorifica l’afflato vitale e spensierato, quella sensazione di “avevamo ben altro a cui pensare noi che la depressione”. Valerka nel primo film ha circa dodici anni e nel secondo qualcuno di più, ha un viso “da furbetto”e si arrangia come può. Le carte che la vita gli ha concesso sono una madre che s’innamora molto facilmente, un maialino con cui dormire nel letto, un paese in cui la miseria è un imperativo, e la dolce ma tosta Galja che manifesta il proprio affetto per Valerka con sonori ceffoni che lo fanno volare per terra. Tutto il film è un’armonia di sganassoni, la violenza dei corpi è completamente disinvolta e “liberatoria”. Come nei Quattrocento Colpi di Truffaut, Valerka cerca la libertà, l’emancipazione, la felicità in ogni buco e pertugio ma fallisce e alla fine nuota nella vischiosa acqua di un lago che sembra liquido amniotico.Si cresce aspettando il prossimo trauma. La porcellina Masa dell’infanzia è sgozzata in malo modo nel secondo. Molte cose brutte succedono agli animali in entrambi i film. Gente che ruba, scappa, ama, abbandona liberamente, le allucinazioni e la morte hanno la stessa qualità visiva della vita di Valerka. Anche la peggiore infanzia è proprio il posto in cui si vuole tornare quando la vita fa troppa pressione.
Di Sarah V. Barberis
Tradotto da Marta Musso
Nessun commento:
Posta un commento